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Storia delle ricerche

Nonostante si conducano ricerche al Lavagnone ormai da molto tempo, non siamo ancora in grado di ricostruirne con precisione la storia dell'insediamento umano. Queste lacune delle conoscenze sono dovute al fatto che finora sono stati condotti scavi di limitata estensione areale. Inoltre non sappiamo con precisione dove furono condotte le attività di estrazione della torba verso la fine del XIX e agli inizi del XX secolo, attività che certamente provocarono la distruzione dei resti preistorici. Senza i materiali frutto delle raccolte di superficie, specialmente quelle praticate a partire dagli anni '70 da Paolo Pegoraro e da Ettore Merici, molte delle ipotesi sulle vicende dell'insediamento umano al Lavagnone non potrebbero neppure essere formulate.

I primi ritrovamenti

I primi ritrovamenti archeologici di cui si ha notizia avvennero tra il 1880 e il 1886, in seguito a lavori di estrazione della torba. Diverse ceramiche dell'antica età del Bronzo furono recuperate in queste circostanze e donate al museo di Storia Naturale di Milano da parte del signor Egidio Gavazzi con l'indicazione di provenienza "torbiera presso Desenzano", mentre alcuni manufatti di selce scheggiata, soprattutto cuspidi di freccia, furono donati ad Alfonso Garovaglio da parte dell'ing. Giuseppe Speroni nel 1880 e della signora Giulia Gavazzi Speroni nel 1886.

Agli inizi del XX secolo il Lavagnone era in gran parte ancora uno stagno ricco di formazioni torbose e dell'antico lago sopravviveva ormai soltanto una piccola zona paludosa che ancor oggi occupa la parte centro-occidentale della conca. Il bacino venne prosciugato grazie allo scavo di un fosso scolmatore, completato nel 1911, in vista di una sua utilizzazione per scopi agricoli, ma lo scoppio della prima guerra mondiale e il conseguente deficit di combustibile provocarono una ripresa su larga scala dei lavori di estrazione della torba nelle torbiere dell'Italia settentrionale. L'allora Soprintendente agli scavi della Lombardia, prof. Giovanni Patroni, cercò di esercitare un'azione di controllo su questi lavori, che era facile presumere avrebbero portato alla luce resti di palafitte e di depositi archeologici, avvalendosi degli ispettori onorari Giacomo Locatelli e Gaudenzio Carlotti. Furono costoro a comunicare al Patroni che "nella torbiera detta Lavagnone, nei pressi di Desenzano, si erano trovate tracce di palafitta, con qualche oggetto depositato provvisoriamente presso il Municipio di Desenzano". Parte dei materiali archeologici venuti alla luce in questa occasione furono recuperati e conservati grazie all'interessamento di un appassionato locale, l'avv. Mosconi di Lonato.

La collezione così formata è stata donata nel 1984 dai figli dell'avv. Mosconi al comune di Desenzano del Garda, permettendo la costituzione del primo nucleo del >>Museo Civico Archeologico "G. Rambotti", inaugurato nel 1990, con la finalit? di riunire i materiali archeologici raccolti nel corso degli anni al Lavagnone.

Le ricerche novecentesche

La progressiva messa a coltura dell'alveo lacustre ormai prosciugato, nel corso degli anni '20 e '30, determinò l'affioramento di una ingente quantità di materiali dell'età del Bronzo, specialmente nell'area tra la sponda orientale e il centro del bacino, dove lo strato di terreno agrario si è interamente formato a spese del tetto del deposito archeologico. Risalgono a questo periodo le raccolte - attualmente disperse - del prof. Nicodemi, già presso l'Ateneo di Brescia, e del dott. Enrico Papa, medico condotto e proprietario allora di gran parte del Lavagnone.

Nel 1938 raccolte di superficie furono condotte da Francesco Zorzi e Maria Fioroni, che fruttarono il materiale attualmente conservato presso il Museo di Storia Naturale di Verona, e da allora il Lavagnone è stato ripetutamente oggetto di ricerche archeologiche di superficie dal momento che ogni anno le arature e il dilavamento delle piogge fanno affiorare il materiale sepolto.

Paolo Pegoraro, conduttore del fondo del Lavagnone dal 1942, quando la propriet? pass? alla famiglia Sertoli, ricorda che in quegli anni in occasione delle arature affioravano grandi quantità di oggetti di bronzo, anche di grandi dimensioni.

Dal 1958 al 1962 si interessò del Lavagnone il dott. Ferdinando Fussi che, insieme al Gruppo Grotte di Milano, effettuò raccolte di superficie ed anche cinque piccoli saggi di scavo in punti diversi del bacino, dei quali descrisse sommariamente i profili stratigrafici in una breve pubblicazione, la prima relativa al sito.

Raccolte di superficie furono effettuate anche da Emanuele Suss nel marzo 1961, (il materiale recuperato si conserva presso i Civici Musei di Brescia), mentre tra il 1958 e il 1970 frequent? assiduamente il Lavagnone Leonardo de Minerbi, che salvò dalla dispersione molti materiali, fra cui anche una tavoletta enigmatica, attualmente conservati in parte presso il museo G. Rambotti di Desenzano, in parte presso i magazzini della Soprintendenza Archeologica di Milano e in parte presso il museo di Storia Naturale di Milano.

Nel corso degli anni '70, mentre continuarono le attività di recupero dei materiali archeologici affioranti alla superficie, svolte da due gruppi di amatori, il Gruppo Archeologico Desenzano e l'Associazione La Palafitta, da Ettore Merici, assistente di scavo presso la Soprintendenza Archeologica della Lombardia, nonché genero del signor Paolo Pegoraro, anch'egli impegnato in una costante opera di sorveglianza del sito, furono intrapresi i primi interventi di scavo: O. M. Acanfora, Soprintendente al Museo preistorico-etnografico L. Pigorini di Roma, rivolse la sua attenzione al Lavagnone dopo aver ritenuto che il sito di Polada, dove inizialmente intendeva eseguire degli scavi, fosse ormai esaurito dal punto di vista archeologico.

Verificate le potenzialità del deposito archeologico tramite un primo limitato saggio nel 1970, l'anno successivo furono eseguiti due scavi sotto la direzione di Barbara Barich. Le ricerche quindi proseguirono a partire dal 1974 sotto la direzione di Renato Perini del Servizio Beni Culturali della Provincia Autonoma di Trento, che aprì quattro aree di scavo e condusse sei campagne (1974-1979) per conto della Soprintendenza al Museo Nazionale L. Pigorini di Roma e della Soprintendenza Archeologica della Lombardia.Gli scavi furono effettuati principalmente nel settore I, presso il fosso scolmatore: qui Perini aprì una trincea di 12 x 4 m, dove scavò il deposito fino a raggiungere - 3,3 m dal p.d.c., quota a cui inizia il fondo dell'antico lago.

orizzonteattribuzione cronologica (R. Perini)
Lav 1tardo Eneolitico-Bronzo Antico I
Lav 2Bronzo Antico II
Lav 3Bronzo Antico III
Lav 4Bronzo Medio I
Lav 5Bronzo Medio II
Lav 6Bronzo Medio III
Lav 7Bronzo Recente

La sequenza stratigrafica di R. Perini documenta che il deposito stratificato si articola essenzialmente in due parti (una superiore fino a - 1,2/1,3 m dal p.d.c., di carattere aerobico, ed una inferiore fino a - 3,3 m dal p.d.c., di carattere torboso e quindi anaerobico); vi si succedono diverse tipologie di strutture abitative, verosimilmente in relazione ai cambiamenti di carattere ambientale intervenuti nell'evoluzione del bacino inframorenico, che inoltre si accompagnano ai cambiamenti di carattere culturale che scandiscono le diverse fasi dell'età del Bronzo. Ai diversi orizzonti cronologici e culturali R. Perini ha assegnato le etichette da Lavagnone 1 a Lavagnone 7 (Lav. 1-7).

Il riconoscimento di una stratigrafia di fondamentale importanza per l'età del Bronzo nell'Italia settentrionale portata alla luce nel settore I e la scoperta di un aratro in legno di quercia, quasi completo, e di metà del giogo nella palafitta del settore I hanno richiamato sul Lavagnone l'attenzione della comunità scientifica e l'interesse di molti appassionati. Nel 1987 tutto il bacino del Lavagnone è stato sottoposto a vincolo archeologico e gli scavi sono stati ripresi nel 1989 (nuovi scavi) da parte dell'Università degli Studi di Milano sotto la direzione di Raffaele C. de Marinis, con la collaborazione del Museo Civico Archeologico "G. Rambotti" e il sostegno finanziario della Regione Lombardia, Assessorato alla Cultura, e del comune di Desenzano del Garda.

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