Il reperto più straordinario è indubbiamente l'aratro scoperto nel 1978, appartenente alla fase più antica della cultura di Polada.
Secondo le notizie pubblicate da R. Perini l'aratro giaceva in posizione pi? o meno orizzontale negli strati G 2-3 (dell'orizzonte Lavagnone 2), incastrato tra i pali che si erano fortemente inclinati e parzialmente coperto da tavole e travi semicarbonizzate. È probabile, quindi, che la giacitura dell'aratro corrisponda alla nostra unit? stratigrafica 338c.
Per questo orizzonte cronologico oggi disponiamo delle date della dendrocronologia. In base alle date di taglio degli alberi accertate dalla dendrocronologia la palafitta del Lavagnone 2 ha avuto inizio verso il 2048 a.C., sono poi seguite altre fasi di taglio verso il 2010-2008 e infine verso il 1994-1991. Alla luce dei dati attualmente disponibili, sembra che l'aratro appartenga alla fase del 2010-2008, senza, tuttavia, poter escludere una datazione anche pi? antica. In ogni caso questo aratro è, insieme a quello di Walle nella Bassa Sassonia, il più antico aratro del mondo giunto sino a noi. Gli aratri preistorici e quelli delle più antiche civiltà, essendo costruiti interamente in legno, hanno potuto conservarsi soltanto in depositi archeologici con condizioni anaerobiche, quali le torbiere.
Insieme all'aratro sono state ritrovate due stegole di ricambio e metà del giogo. L'aratro e le stegole sono in legno di quercia, il giogo è in legno di faggio. Tutti questi reperti sono stati restaurati al Römisch-Germanisches Zentralmuseum di Mainz e sono ora esposti presso il museo archeologico G. Rambotti di Desenzano del Garda.
Come tutti gli aratri, anche quello del Lavagnone si compone di tre elementi:
- il ceppo-vomere, ovvero il corpo lavorante;
- la bure, cioè la parte che permette di attaccare lo strumento al giogo;
- la stegola, una sorta di timone che consente di guidare direzione e profondità dei solchi.
La varietà della forma di queste tre parti e il diverso modo in cui sono tra loro connesse determinano il tipo di aratro. Questo appartiene al tipo detto di Trittolemo, con bure e ceppo-vomere in un unico pezzo, ricavato dalla biforcazione di un ramo di quercia, e stegola lavorata a parte e inserita a incastro nel ceppo. Il vomere vero e proprio, che non è stato ritrovato, era anch'esso di legno e veniva inserito in una leggera scanalatura praticata sulla faccia inferiore del ceppo e fissato probabilmente a incastro e tenuto in sede da una serie di legacci. Il vomere era la parte dell'aratro pi? soggetta a usura e rotture, per cui era prevista la possibilit? di sostituirlo con una lama di ricambio.
Anche il giogo è un reperto eccezionale, essendo uno dei più antichi finora scoperti. Lavorato con particolare cura ed eleganza, è costituito da una barra cilindrica di legno di faggio, che si inarca ai lati per aderire al garrese dei buoi e termina alle due estremità con un grosso pomello modanato. Il giogo era agganciato alla stanga per mezzo di legacci fissati ai tre denti presenti al centro della barra, mentre corregge di cuoio, passanti attraverso i fori rettangolari praticati lungo i lati, legavano l'animale al giogo. Un frammento di giogo analogo è venuto alla luce a Fiavé, nelle Giudicarie trentine, nell'abitato palafitticolo degli inizi della media età del Bronzo.
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